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Cresciuta A Latte E Moda

Barbara Vitti, oggi uno dei nomi sacri nel mondo delle pr, ebbe una mamma che già negli anni ’20 scriveva di moda. Lo Studio Vitti nasce nel 1971 a Milano, mentre si avvicinava il periodo del boom della moda. Le Aziende iniziavano ad avere l’esigenza di un nuovo personaggio nel campo delle attività, il responsabile dell’ufficio di Pubbliche Relazioni, fino ad allora esisteva solamente in America. Barbara Vitti ha avuto il coraggio d‘ intraprendere  un settore totalmente sconosciuto iniziando a lavorare per la Hettemarks, Gruppo Finanziario Tessile, Armani, Valentino, Versace. Si è anche occupata di eventi  speciali e del relativo ufficio stampa per il Teatro alla Scala, Rusconi Editore e Gruppo Sanpellegrino.

 

Barbara Vitti

 

– Come si fa a diventare Barbara Vitti?
“Ho avuto un grandissimo vantaggio perché la mia mamma Gemma Vitti è stata  una delle prime giornaliste e disegnatrici di moda, iniziò la sua carriera al Corriere Lombardo per passare poi ad Alba, storica rivista femminile nata nel 1922. Mia madre era sempre un po’ malandata, non stava mai tanto bene e allora mi chiedeva se potevo mettermi alla macchina da scrivere. Così mi dettava l’articolo o le didascalie. In quel modo – avevo 13/14 anni –  ho avuto il privilegio di conoscere tutte le giornaliste di  moda, la gente della moda. Questo indubbiamente nella scelta del mio lavoro è stato importante. Dopodiché ho cominciato ad entrare in questo mondo, grazie all’opportunità che ebbi di collaborare con la rivista Grand Hotel dove tenni una rubrica che si chiamava moda e motori. Insieme ad un  fotografo andavamo a fotografare le modelle con le nuove macchine, era un lavoro pazzesco, ma anche divertente. Ho lavorato anche per la rivista Grazia per un periodo, ma guadagnavo troppo poco facendo la giornalista di moda e la mia famiglia aveva bisogno. Così  decisi che era meglio fare pubbliche relazioni. Una scelta giusta, mi piace il mio lavoro.”

– Cos è la donazione “Gemma e Barbara Vitti”?
“Ho un grande spirito di conservazione e la mania un po’ dell’ordine. Caratteristiche che mi hanno portato a tenere materiale, così ho tutta un po’ la storia della confezione italiana incominciando dalla Hettemarks, e dalla Cori, documentazioni che oramai non ci sono neanche più in giro. Per questo ho deciso di donare questa mole di materiale all’Università Statale di Milano insieme alla Bocconi e all’Università Cattolica. Ad aprile faranno una settimana della cultura a Milano, così mi hanno chiesto di presentare questa donazione che si chiamerà “Gemma e Barbara Vitti”, proprio perché molto del materiale degli anni 60 apparteneva a mia madre. Spero che le Università facciano quello che hanno promesso e cioè di mettere la mia donazione online e fare in modo che i giovani di altri paesi si possano collegare per studiare la moda. È un po’ lo scopo per cui ho tenuto tutto questo materiale per tutti questi anni.”

– Lei viene definita uno spirito libero. Che cosa le ha comportato?
“Sono una persona precisissima. Se devo consegnare un lavoro, rispetto la scadenza. Però ho uno spirito libero che mi porta ad avere sempre la mia indipendenza, lo Studio Vitti. Ho sempre lavorato per un gruppo, prima con Armani, poi con Valentino, poi mi sono occupata anche di Versace, poi del gruppo di Ciavatta ai tempi dei jeans Ball. Ma ho sempre avuto un mio studio e i miei collaboratori, perché avevo una teoria. Chiunque avesse bisogno di me doveva, telefonare, chiedere un appuntamento, suonare un campanello. Non sai quanto rideva il socio di Armani, che è stato uno dei miei più grandi amici, Sergio Galeotti, che purtroppo è morto 24 anni fa, il quale diceva, nonostante lavoravamo nello stesso stabile: “ se io devo vederti o ti invito nel mio ufficio oppure devo telefonarti , prendere un appuntamento e tu mi dici se puoi o non puoi e devo suonare il campanello..!? ma anche Giorgio Armani? E io gli rispondevo si e anche Giorgio.”

– Dall’alto della sua esperienza come vede il mondo della moda e quali le tendenze per chi vuole fare le pubbliche relazioni oggi?
“All’epoca negli anni ‘80-‘90 noi che facevamo le pubbliche relazioni eravamo diventati dei personaggi. Era un contesto speciale. Eravamo in pochi e il mood era stupire, colpire. Dagli anni 2000 credo che sia tutto più difficile, gli studi non sono tantissimi, perché costano quindi è meglio cercare un’assunzione che mettersi in proprio. Viviamo un momento di crisi e non solo per la moda. Chissà forse una maturità umana sarà la base dell’informazione oltre il 2000.”

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