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Hip Hop E Sangiovese Dop: Stefano Word

Stefano Word Serio, nasce a Rimini nel 1974. Scopre il movimento Hip Hop negli anni ’90. Inizia ballando la breakdance, poi si avvicina al writing e conosce la crew riminese. Sicuramente grazie al writer Eron, in quegli anni Rimini riesce a creare un movimento che è tipico per città molto più grandi. Verso il ’94 capisce che il Rap è la sua massima espressione. Il primo demo ufficiale è del ’95, registrato su tape: “L’altra faccia della costa”. L’ultimo album realizzato è Matumago X-press (2007).

 

Stefano Word

 

Stefano Word

 

– Perché Word?
“E’ nato un po’ casualmente. Cercavo gli elementi principali che distinguevano questa cultura, l’Hip Hop. Il centro per me era la parola, in inglese word. La parola è detta, è scritta, anche i passi sono parole, come nella breakdance”.

– Il rap nasce come una forma di contestazione delle comunità afroamericane e latino americane del bronx, per combattere i bianchi. Cosa denunciavano?
“Denunciavano la loro identità. Alcuni dj afroamericani, alla fine degli anni ’60,  iniziarono a parlare su delle basi strumentali di funk, spiegando le loro vite, i loro disagi, i loro sogni, le loro preghiere ed è nato il Rap. Rimediarono i primi giradischi, li fecero suonare in maniera stravagante , come nessuno aveva fatto prima. Chi vive nella strada, si ingegna sempre in qualche modo. L’Hip Hop è una chiave di lettura che ognuno può usare per esprimersi. Il più delle volte era proprio un modo per non impazzire, per non entrare in meccanismi di problematica sociale, fine a se stessa. La cultura nera ha sempre cercato un modo per denunciare la loro situazione, anche prima del periodo di espansione dell’Hip Hop, a partire da Malcom X”.

– I graffiti sono stati demonizzati da alcune autorità e associati con leggerezza a violenza, guerra fra bande, droga e microcriminalità. Cosa ne pensi?
“Il problema è che nessuno si chiede perché queste persone sono spinte ad andare a scrivere sui muri. Anche il Writing è un modo per rivendicare la propria identità, significa dichiarare attraverso un tag  – pseudonimo di ogni writers – per esempio “Taki 182”, questo è il mio nome e io vengo da questa strada. Era un modo per affermare: “io esisto, sono una persona, non sono un numero singolo”. Le comunità afroamericane e i ghetti, erano posti isolati e i ragazzi avevano in questo modo la loro possibilità di emergere e di cercare un’alternativa alla strada”.

– Tanti dicono che il rap italiano è solamente una copia mal riuscita di quello americano. Gli manca la denuncia di base. Tu come la pensi?
“Il rap italiano non ha mai avuto una forte componente di denuncia. Posso dire che l’ha persa anche quello americano. Sono diventati miliardari e sfoggiano quello che hanno conquistato e molte volte senza fare capire da dove viene. Nonostante ciò i gruppi underground in America ci sono ancora e ce ne saranno sempre. In Italia c’è stata una storia tutta diversa. All’inizio era un movimento legato più ai centri sociali, c’erano le Posse, un fenomeno tipicamente italiano, da cui sono passati anche i Sangue Misto, Neffa e i Sud Sound System, etc etc. Far riconoscere alla cultura italiana che il vero rap è evoluzione… è stata dura burdel!”

– Nelle tue canzoni parli di Rimini… qual è il sentimento che ti lega a lei?
“Mi piace Rimini, ci sono nato. Quello che provo è amore e odio per questa città, in sostanza il rap è anche questo. Odio, perché quando ero un ragazzino non sono mai stato nell’indigenza ma ho dovuto lavorare per arrivare ai miei traguardi. Amore, perché sono fiero della mia città e sono entusiasta nel vederla crescere. Sono fiero del nostro dialetto, ha segnato la mia evoluzione. E’ stata la risposta ad una mia esigenza, cercavo un linguaggio mio e l’ho trovato nelle mie radici”.

– I luoghi di tendenza da frequentare per l’hip hop?
“Fino agli anni ’90 i locali erano caratterizzati dai gruppi giovanili che li frequentavano. C’erano i punk, i paninari, i metallari. Ognuno di queste subculture si distinguevano non solo per la moda, ma anche per i concetti in cui credevano. Noi B-Boy  – ragazzi che seguono la cultura Hip Hop –  portavamo calzoni larghi, capelli rasati ai lati con fly top. Ci distinguevamo per l’abbigliamento, la musica, la cultura e frequentavamo solo certi posti. Quello che ho vissuto più intensamente è stato il centro sociale “Livello 57” a Bologna. Adesso non è più così, è tutto un miscuglio di stili, concetti e locali. Quindi si va in rete e si guarda dove sono le serate. Il vero Hip Hop è quello che si vive dentro di sé: qualsiasi posto è adatto ad esprimerlo. Il club, un palco montato in spiaggia, l’importante è che venga rispettata l’origine e che l’evoluzione stilistica non si fermi.”

– Progetti?
“Sono sempre stato attratto dalle contraddizioni che Rimini esprime. Città d’inverno e città d’estate. Viverla da turisti e da chi invece ci vive. Ho scritto diverse canzoni su questo tema alcuni di questi brani sono diventati la colonna sonora di un corto metraggio girato a Rimini: “Il mare d’inverno”  Regista Giacomo Lopez”. Poi sto preparando il mio prossimo album che si intitolerà “PAROLA”, racchiuderò le mie verità e parlerò un po’ della storia dell’Hip Hop italiano”.

– Cosa ti piace di evadimoda?
“Ke stile!”

 

Il montaggio e la regia del video “Moovment” sono di Alessia Travaglini, contenuti artistici di Eron, foto Marco Montanari, break dance Tommy Betti, story board Stefano Word Serio.

Tutte le news e le performance della boord-L crew su:

www.k-rimini.it
www.matumago.com
www.myspace.com/boordel

 

 

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