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Il Jeans, Un Mito. Un Tessuto Che Ha Fatto Storia

Il protagonista di questa bellissima avventura imprenditoriale è Aldo Ciavatta, fondatore della Ball. Azienda famosa  internazionalmente, inventore dello stone washed e conosciuto come il re del jeans. Iniziò alla fine degli anni ’60 a Rimini, con propri marchi come – Ball, Closed, Marithe Francois Girbaud ed altri –  e con marchi in licenza come Vivienne Westwood, Katherine Hamnet ed altri . “Dopo tanti anni – dice Aldo Ciavatta – resto nell’ambiente nella veste di global fashion manager per Aziende in Italia e all’estero.”

 

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– Nella moda siamo arrivati a dei prezzi di vendita elevati. Che si può fare?
“Beh, penso che bisogna per forza ritornare a una grande sobrietà alla quale devono partecipare tutti, dai produttori ai distributori. Il jeans deve essere un prodotto per tutti e per tutte le occasioni.”

– Qual è la tendenza oggi?
“La tendenza è dettata da pochissimi creatori come i grandi sarti francesi ed italiani. Tutto il resto deve essere frutto di ricerca e conoscenza commerciale insieme ad una spiccata sensibilità e un’esperienza specifica.”

– Il suo peccato di moda?
“Ciascuno di noi ha una piccola parte narcisista. La moda gioca con la tentazione al peccato, ovvero col fatto che quando vedi un capo di abbigliamento diventa meraviglioso se riesce a trasmettere delle emozioni. Dunque il peccato è sempre dietro l’angolo. Un paio di pantaloni, una camicia, un abito devono dare queste emozioni. Se ciò avviene e troviamo qualcosa che ci offre queste emozioni, ecco, li è sempre pronto il peccato e si acquista.”

– Non tutti gli imprenditori sono così generosi da trasformarsi anche in consulenti e  “insegnanti” sensibili al mondo dei giovani come lei. È così?
“Mi piace aiutare la gente e in particolare i giovani che mostrano grande intelligenza e sensibilità. Trovo piacere nel vedere che con loro proseguono le cose che tutti noi abbiamo fatto, facciamo o vorremmo che fossero fatte. In questi tempi c’è grande povertà di idee ed è una grande soddisfazione avvicinarsi ai giovani che hanno voglia e sensibilità di fare per mettersi al loro servizio. Noi che da tanti anni lavoriamo nel made in Italy, non possiamo vivere di ricordi  – non serve a nulla – ma dobbiamo trasferire la cultura a chi dovrà continuare a svolgere questa magnifica professione.”

 

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